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AREA

LEGALE

Il potere, se chi ce l’ha è sempre in condizione di vantaggio è dominio.

Stefania Consigliere 

Qual’è il ruolo delle istituzioni e delle normative di settore nella fabbricazione di specifiche categorie sociali?

Quanto una persona possa essere considerata dalla propria comunità normale, adeguata, integrata nel tessuto sociale o quanto possa essere pensata una persona deviante o invisibile è una categorizzazione che spesso non nasce dal basso, dalla comunità stessa; sono le istituzioni e le relative normative di settore che definiscono i contorni della loro identità. 

In primis, addentrandoci nelle categorie cliniche, quali, ad esempio, le classificazioni dei disturbi mentali previste dal manuale DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) e negli status giuridici, ci accorgiamo di come siano esse stesse a produrre determinate soggettività ed a regolare l’accesso ai diritti e alle cure delle singole persone.

Anche i luoghi classificano le persone che li abitano. Le istituzioni totali (carceri, centri di accoglienza, campi profughi, centri di permanenza per il rimpatrio, ospedali, strutture di cura), o anche i cosiddetti non luoghi ( dagli aeroporti, stazioni ferroviarie, agli ospedali, alle sale d’attesa, agli uffici, agli ambulatori), sono luoghi che facilitano la perdita della propria identità e la conseguente adesione a quella offerta dall’istituzione di riferimento. Uno stesso luogo può contenere in sé tanti significati diversi. Una stessa frontiera, ad esempio, è uno strumento utilizzato da uno Stato per difendere i propri territori ma diventa anche uno spazio di possibilità e di negazione dei diritti, di trasformazione in quanto legittima alcune storie e ne silenzia delle altre.

La conoscenza e l’analisi di tali processi di creazione degli esclusi, così definiti dagli antropologi Roberto Beneduce e Simona Taliani, è un’analisi necessaria al fine di comprendere i contorni dei gruppi sociali ad oggi esistenti e, quindi, di valutare gli interventi giuridici fondamentali per una riappropriazione della propria identità e dei propri diritti.


 


 


 

Qual’è il legame tra la pratica etnoclinica e la tutela legale dei diritti delle persone come individui e come appartenenti a determinati gruppi sociali?

Una volta presa coscienza delle dinamiche istituzionali di fabbricazione di identità, è fondamentale focalizzarsi sugli effetti collaterali di tali definizioni, identificazioni, esclusioni, determinate anche dall’applicazione di sempre più frequenti normative arbitrarie inclusive di nuove sanzioni, limitazioni di diritti e divieti.

Tali normative e le nuove forme di violenze istituzionali non solo facilitano la perdita della propria identità e lo spaesamento ma determinano l’insorgere di nuove patologie. Alcuni corpi sono, infatti, considerati meritevoli di tutela mentre altri sono respinti, resi invisibili e questa classificazione dei corpi produce soggettività malate, bisognose di cura, il cui percorso di partecipazione attiva nel contesto sociale di riferimento è sempre più un mero miraggio.

Come ci ricordano Augè e Goffman, i contesti culturali, psicologici e antropologici modificano la persona non solo nei comportamenti ma nella percezione stessa di sé, rendendola ancora più vulnerabile a vari disturbi mentali e disagi psico sociali.


 


 


 

Ma quindi, come si traduce, nella pratica, lo sguardo etnoclinico nell’attivismo politico e nell’attività di advocacy e di tutela legale?

Le iniziative di advocacy e la presa in carico legale possono nutrirsi di uno sguardo etnoclinico, maggiormente neutro in quanto i relativi interventi vengono facilitati dal lavoro multidisciplinare dell’equipe composta da diversi professionisti tra loro complementari: l’avvocato o consulente legale, l’etnopsicologo e l’antropologo. 

Il lavoro congiunto può prendere forma attraverso la creazione di sportelli di secondo livello e di progetti condivisi con gli enti territoriali, ove lo sguardo etnoclinico può aiutare a comprendere il contesto sociale e politico in cui ha vissuto e vive la persona in carico, quali sono le istituzioni con cui si è interfacciata e come è stata da loro categorizzata ed indirizzata.


 


 


 

Come la presa in carico legale può trasformarsi in uno spazio di cura e di sostegno?

Obiettivo dei professionisti legali, all’interno dell’equipe etnoclinica, è evitare che la cura sia una prosecuzione del dominio istituzionale e riparare le fratture da esso causate,individuando quali possono essere i percorsi giuridici a cui la persona può accedere ma soprattutto quali può sostenere, fisicamente e psicologicamente.

L’attenzione dell’equipe è rivolta ai traumi vissuti e alle rappresentazioni culturali, a dare senso alle paure della persona, comprendere meglio il contesto nel quale si è inserita e ad evitare che il disagio venga medicalizzato in situazioni dove non necessario.

La presa in carico legale può aiutare a vivere il corpo non più come lo strumento per ottenere o meno un diritto o uno status, come per il riconoscimento della protezione internazionale o di protezione speciale, ma come un luogo da abitare ed accogliere.